
Videosorveglianza a Genova: 3.000 telecamere e il dibattito su sicurezza e controllo sociale

A Genova, la presenza di quasi 3.000 telecamere di videosorveglianza ha sollevato interrogativi significativi riguardo alla privacy e alla sicurezza dei cittadini. Carlo A. Bachschmidt, architetto e documentarista genovese, esprime preoccupazione per la mancanza di un dibattito pubblico su come vengono gestiti i dati raccolti da questi sistemi. La questione non è solo tecnica, ma tocca aspetti fondamentali della vita quotidiana, poiché i cittadini devono essere consapevoli di quali informazioni vengono monitorate e chi ne beneficia. Tornando a Genova dopo un periodo trascorso in Niger, Bachschmidt ha notato una sorprendente pervasività della sorveglianza. In Niger, la sicurezza era un tema centrale, con droni e telecamere utilizzati per controllare la popolazione in un contesto di conflitto. Al contrario, a Genova, la videosorveglianza è giustificata come un mezzo per garantire la sicurezza pubblica, ma questo solleva interrogativi su un possibile controllo politico e sociale. La società sembra accettare questa sorveglianza come una forma di protezione, dimenticando le implicazioni più ampie di tale monitoraggio. La riflessione di Bachschmidt si estende anche alla storia e alla cultura della sorveglianza, paragonando l’attuale situazione a un “grande occhio” che osserva ogni mossa. Questa metafora evoca un senso di sospetto e di controllo, suggerendo che la sorveglianza possa servire più a mantenere il potere che a garantire il bene comune. La normalizzazione di questa situazione porta a una forma di “schiavitù volontaria”, dove i cittadini, pur consapevoli, accettano passivamente il controllo. In un contesto in cui la sicurezza è spesso usata come giustificazione, è fondamentale che la cittadinanza si interroghi su quali siano i limiti e le conseguenze di una sorveglianza così capillare, affinché non si perda di vista il valore della libertà e della privacy.


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